
Turni notturni, celle fredde, azoto liquido, atmosfere ATEX: il laboratorio genera lavoro isolato senza sembrarlo. Ecco i rischi specifici, perché conta la versione certificata dei dispositivi uomo a terra e come integrarli nel progetto.
Il rischio da lavoratore isolato lo associamo istintivamente al cantiere, al manutentore su un traliccio, alla guardia notturna. Il laboratorio, nell'immaginario, è l'opposto: pulito, illuminato, ordinato, presidiato. È proprio questa percezione a renderlo pericoloso. Perché il laboratorio genera isolamento continuamente, solo che non lo sembra.
Immaginate un tecnico che il sabato mattina entra da solo per controllare una coltura, apre una cella fredda in fondo al corridoio, e nessun altro è nell'edificio. Se scivola, se un malore lo coglie, se la porta si blocca, quanto tempo passa prima che qualcuno se ne accorga? Nella maggior parte dei laboratori la risposta onesta è: troppo. Ed è uno scenario ordinario, non un'eccezione.
Le occasioni si accumulano quasi senza che ce ne accorgiamo. I turni serali e notturni per seguire reazioni o strumenti che non si fermano. I fine settimana di presidio minimo. Le strutture piccole, dove un solo tecnico copre l'intera giornata. Le stanze «di servizio»: locali strumenti, magazzini refrigerati, celle in cui si entra da soli per pochi minuti (che possono bastare a farsi male). In nessuno di questi casi la persona è isolata sulla carta: c'è magari un collega due piani sopra. Ma è abbastanza lontano da non poter garantire un soccorso rapido, e ai fini della sicurezza è questo che conta.
Il Testo Unico, lo abbiamo visto altrove, non nomina il «lavoratore isolato» ma obbliga a valutare tutti i rischi. E chi ha la responsabilità di quella valutazione — il datore, il RSPP, il preposto, tutte figure con compiti ben definiti in laboratorio — deve chiedersi in concreto quali mansioni, in quali orari, espongono qualcuno a operare senza rete di protezione umana. La risposta, quasi sempre, è più lunga del previsto.
In un ufficio, un lavoratore che sviene ha buone probabilità di riprendersi da solo. In laboratorio no, perché all'infortunio si somma quasi sempre un pericolo ambientale che trasforma un incidente in un'emergenza.
Il caso più insidioso è l'asfissia da gas inerti. L'azoto liquido evapora espandendosi di centinaia di volte e, in un locale poco ventilato, abbassa la concentrazione di ossigeno senza alcun segnale percepibile: niente odore, niente affanno preventivo, solo perdita di coscienza. Chi cade in quelle condizioni non può chiamare aiuto e nessun collega, dall'altra parte dell'edificio, sa che sta succedendo. La stessa logica vale intorno agli ultracongelatori e ai sistemi criogenici, dove le temperature in gioco, vale la pena ricordare quanto sia freddo l'azoto liquido, aggiungono al rischio di anossia quello di ustioni da freddo.
Poi ci sono le camere fredde walk-in e le celle. Qui i pericoli sono due: l'ipotermia, se la porta si blocca e la permanenza si prolunga: un tema affrontato dalla norma UNI EN ISO 15743 sui posti di lavoro al freddo e l'intrappolamento fisico. È il motivo per cui la refrigerazione da laboratorio e i congelatori a bassa temperatura vanno pensati anche dal punto di vista di chi ci entra, non solo dei campioni che conservano. Simmetricamente, le camere calde e le camere climatiche walk-in pongono il problema opposto dello stress termico.
C'è infine l'esposizione chimica. Un malfunzionamento sotto una cappa chimica, un guasto al flusso mentre si manipola un solvente è un'emergenza che richiede intervento immediato, e se l'operatore è solo e perde conoscenza, i secondi contano. Non a caso la norma UNI EN 14175 e i sistemi di aspirazione localizzata esistono proprio per abbattere quel rischio a monte; il dispositivo uomo a terra è la rete di sicurezza per quando, nonostante tutto, qualcosa va storto. Discorso analogo per i laboratori di microbiologia e i contesti a rischio biologico, dove un operatore in difficoltà non può contaminare l'ambiente cercando aiuto in modo scomposto.
C'è una categoria di ambienti in cui la scelta del dispositivo smette di essere una questione di comodità e diventa un vincolo di legge: le atmosfere potenzialmente esplosive. Dove si manipolano o stoccano solventi infiammabili in quantità, l'aria può contenere vapori che una semplice scintilla è sufficiente a innescare. È lo stesso motivo per cui esistono i frigoriferi da laboratorio ATEX: apparecchiature costruite per non generare inneschi.
Un dispositivo elettronico indossato in quelle zone deve rispondere alla direttiva ATEX (2014/34/UE) ed essere certificato per l'uso in atmosfera esplosiva. Portare un apparato non certificato in un'area ATEX non solo è vietato: è esattamente il tipo di scintilla che si vuole evitare. Per questo la gamma che distribuiamo prevede versioni dedicate: il TWIG One Ex e i modelli Ascom d83 e a72 in versione Ex, pensate proprio per proteggere l'operatore isolato senza introdurre un nuovo pericolo. È un dettaglio che, in fase di scelta, fa la differenza tra un acquisto corretto e uno che il RSPP dovrà bocciare.
Vale la pena notarlo, perché non è scontato: tra i dispositivi TWIG, il Neo è indicato esplicitamente dal costruttore come adatto al personale di laboratorio, oltre che a manutentori e addetti alla logistica. Leggero, con connettività 4G e WiFi, è progettato per essere indossato tutti i giorni senza dare fastidio, che è poi la condizione perché un dispositivo di questo tipo funzioni davvero: se pesa, se disturba, se genera falsi allarmi, finisce nel cassetto e non protegge nessuno.
Nei contesti in cui serve la copertura anche dove il segnale cellulare non arriva: le celle, i locali interrati, i reparti schermati di cui parlavamo, entra in gioco il vantaggio della connettività WiFi che TWIG ha introdotto per prima; l'allarme parte anche senza campo GSM, sfruttando la rete dell'edificio. E dove serve la localizzazione precisa dell'operatore all'interno di una struttura articolata, i beacon e il protocollo SRD3 indicano non solo «che qualcuno è a terra», ma dove.
Un punto su cui insistiamo, perché è facile fraintenderlo. Il dispositivo uomo a terra è una misura di protezione, non di prevenzione. Viene dopo le misure organizzative, non al loro posto. La prima difesa resta ridurre il lavoro in solitudine dove possibile, vietare le operazioni più pericolose come ad esempio fiamme libere, manipolazione di criogenici, interventi in quota, quando si è soli e organizzare controlli periodici. Il dispositivo interviene per gestire ciò che resta: l'evento imprevisto, il malore, la caduta che nessuna procedura può azzerare del tutto.
Inserirlo bene, quindi, significa pensarlo dentro il progetto del laboratorio fin dall'inizio: dove vanno i beacon, quali aree richiedono la versione ATEX, come si integra la piattaforma di gestione allarmi con le procedure di emergenza esistenti, chi risponde e in quanto tempo. È un lavoro che facciamo ogni giorno, perché progettare un laboratorio per noi ha sempre incluso la sicurezza di chi ci passa le giornate.
Se state valutando la dotazione per i vostri operatori isolati, o se semplicemente non siete sicuri che il vostro DVR copra davvero questi scenari, parlatene con noi.
Distribuiamo i dispositivi uomo a terra Irbema a marchio TWIG e Ascom, ma soprattutto vi aiutiamo a capire quale serve davvero, a partire dai rischi reali del vostro laboratorio, non da una scheda prodotto.