
«Uomo a terra» è diventato un termine ombrello, ma dentro un buon dispositivo ci sono almeno tre allarmi automatici diversi. Capirli è il primo passo per scegliere bene tra i modelli TWIG e Ascom che distribuiamo.
«Uomo a terra» è un'espressione che si è mangiata tutto il resto. La si usa per indicare qualunque dispositivo indossabile per lavoratori isolati, come se fosse una funzione sola. In realtà, dentro un apparato ben fatto convivono almeno tre allarmi automatici distinti, che i progettisti tengono rigorosamente separati e confonderli è la prima ragione per cui un acquisto delude. Vale la pena aprire la scatola e guardarci dentro.
Il primo è la perdita di verticalità: il dispositivo misura costantemente il proprio orientamento e, se rileva un'inclinazione oltre una certa soglia mantenuta per un tempo prestabilito, deduce che chi lo indossa è a terra. È l'«uomo a terra» in senso stretto. Il secondo è l'assenza di movimento, no-motion o immobilità: se l'operatore resta immobile più a lungo di quanto ci si aspetterebbe, scatta l'allarme anche se è rimasto in piedi (pensiamo a un malore da svenimento contro una parete). Il terzo è l'impatto o caduta libera: l'accelerometro riconosce la firma tipica di una caduta, un breve periodo di assenza di peso seguito da un urto violento.
A questi allarmi automatici si aggiungono quelli volontari: il pulsante SOS e, sui modelli più completi, l'allarme «a strappo» che parte se il dispositivo viene strappato di dosso, funzione nata in ambito security per le aggressioni. Un buon apparato li offre tutti e permette di configurarli mansione per mansione, perché la soglia giusta per un manutentore che si arrampica non è quella di un tecnico di laboratorio seduto al banco.
Qui si separano i dispositivi seri da quelli che finiscono in un cassetto. Il nemico numero uno di questi apparati non è il guasto: è il falso allarme. Un operatore che si china per raccogliere qualcosa, che si sdraia sotto un macchinario, che resta immobile per concentrazione, genera continuamente «cadute» che non lo sono. Se ogni volta parte una chiamata ai soccorsi, il sistema perde credibilità in una settimana e viene disattivato.
La soluzione, adottata da tutti i costruttori seri, è il pre-allarme: quando il dispositivo crede di aver rilevato una caduta, non chiama subito. Emette prima un segnale acustico e vibra, dando alla persona qualche secondo per annullare l'allarme se sta bene. Solo se nessuno interviene la chiamata parte davvero.
È un dettaglio, ma è il dettaglio: la qualità di un apparato si misura sulla sua capacità di distinguere una caduta vera da un movimento normale, e cioè sulla bontà degli algoritmi che elaborano i dati di accelerometro e giroscopio.
Su questo fronte la storia della tecnologia è istruttiva. I primi rilevatori di inclinazione, decenni fa, usavano rozzi interruttori a mercurio: una goccia di metallo liquido che chiudeva un contatto oltre un certo angolo. Grossolani, poco affidabili, incapaci di distinguere un piegamento da una caduta. L'arrivo dei sensori MEMS, gli stessi micro accelerometri che oggi stanno in ogni smartphone, ha cambiato tutto: misurando accelerazione e rotazione su tre assi, e incrociando i dati con software sempre più raffinati, si è passati dal «rilevare una posizione» al «riconoscere un evento». È la stessa evoluzione che ha reso possibile il rilevamento cadute negli smartwatch di consumo, ma sui dispositivi professionali gli algoritmi sono tarati per ambienti di lavoro reali, non per una passeggiata.
Rilevare la caduta è metà del lavoro. L'altra metà è far arrivare l'allarme a qualcuno, e qui la scelta della rete è decisiva perché è anche il punto in cui più spesso i sistemi falliscono nella realtà.
La via più diffusa è la rete cellulare, oggi 4G con retrocompatibilità 2G/3G. È semplice, copre gran parte dei contesti ed è quella su cui operano la maggior parte degli apparati TWIG, che funzionano con una normale SIM senza abbonamenti a servizi terzi. Il limite è evidente: dove il segnale non arriva, l'allarme non parte. E i luoghi «senza campo» sono proprio quelli critici: piani interrati, celle frigorifere schermate, capannoni metallici, locali tecnici.
Proprio per questo Irbema distribuisce una novità che vale la pena citare: TWIG è stato il primo marchio al mondo a lanciare dispositivi uomo a terra capaci di trasmettere dati e voce anche via WiFi (VoIP), operando al contempo su rete GSM. Gli apparati danno priorità alla rete cellulare e passano automaticamente al WiFi quando il segnale mobile manca. Significa poter coprire aree prive di copertura radiomobile sfruttando la rete WiFi già presente in azienda, senza costose opere di ripetizione del segnale.
C'è poi una terza famiglia, spesso trascurata: i dispositivi wireless su rete locale dedicata. Gli apparati Ascom operano su reti IP-DECT, radio o Wi-Fi interne, e questo li rende indipendenti da malfunzionamenti o assenza della rete telefonica pubblica. In una grande struttura ospedaliera o in un impianto industriale esteso, dove serve un sistema chiuso, controllato e sempre operativo a prescindere dal gestore mobile, questa autonomia è spesso preferibile alla comodità della SIM. Nessuna rete è «la migliore» in assoluto: dipende dalla planimetria, dalla copertura e dall'infrastruttura che avete già.
Un allarme senza posizione fa perdere minuti preziosi. All'aperto il problema è quasi risolto: i moduli GNSS moderni, con ricevitori anche a 48 canali, restituiscono la posizione con precisione elevata e piattaforme come IrTrack la mostrano su cartografia Google Maps, in tempo reale, da PC e da smartphone.
Al chiuso, dove il GPS non arriva, si usano tecnologie diverse: beacon a bassa frequenza (LF), a infrarossi (IR) o Bluetooth Low Energy (BLE), disseminati negli ambienti, che identificano in quale zona si trova l'operatore. TWIG ha spinto oltre con il protocollo SRD3, che combina beacon, WiFi e Bluetooth per una localizzazione indoor ibrida più precisa, e integra il tag NFC per i punti di controllo. Un aspetto che i costruttori seri curano è la privacy: la localizzazione puntuale si attiva solo nel momento dell'allarme, non durante il normale lavoro. Non è un tracciatore per controllare i dipendenti; è un faro che si accende quando serve.
La gamma finlandese è ampia proprio perché non esiste un dispositivo «giusto» per tutti. Vale la pena scorrerla ragionando per esigenze.
TWIG One è il riferimento alto della categoria: connettività 4G e WiFi, GNSS, localizzazione indoor precisa via SRD3, sensore NFC e un tastierino per interagire con i messaggi a schermo, il tutto in appena 89,5 grammi, con certificazione IP67 e un'autonomia che arriva fino a dodici giorni. Esiste in versione ATEX (TWIG One Ex) per le atmosfere potenzialmente esplosive. È l'apparato da scegliere quando si vuole la dotazione più completa e ci si aspetta di usarla in condizioni difficili.
TWIG Neo è pensato per l'uso quotidiano: leggerissimo, con 4G e WiFi, il costruttore lo indica esplicitamente come ideale per manutentori, personale di laboratorio e operatori della logistica. È il compromesso più equilibrato per chi indossa il dispositivo tutti i giorni e non opera in aree classificate.
TWIG SOS Card ha il formato di un badge indossabile, con connettività 2G/3G/4G e WiFi, sistema ManDown++, IP67 e GNSS a 48 canali: la scelta quando la discrezione conta e si vuole qualcosa che non «sembri» un apparato di emergenza.
TWIG Easy concentra tutto in due soli pulsanti, per chi ha bisogno della massima semplicità d'uso; è disponibile con modulo SRD3 per la localizzazione indoor ibrida.
TWIG Eon, infine, è un orologio dall'aspetto ordinario che integra SOS e localizzazione: la soluzione più discreta in assoluto, per contesti dove un dispositivo visibile sarebbe fuori luogo.
Restano a catalogo anche TWIG Embody e TWIG Protector, della generazione precedente ma tuttora validi: entrambi 3G/GSM/GNSS con ManDown++, il Protector con in più quattro tasti programmabili per le chiamate rapide. Sono spesso la scelta più economica quando non serve la connettività 4G/WiFi di ultima generazione.
Se l'esigenza è un sistema chiuso e sempre operativo su rete locale, la gamma Ascom offre risposte robuste. Il cordless Ascom d83 unisce alla telefonia DECT le funzioni di allarmistica personale (pulsante manuale, allarme a strappo, uomo a terra, non movimento), con localizzazione IR/LF/DECT/BLE all'attivazione dell'allarme; esiste anche in versione ATEX. Ascom a51 è un trasmettitore tascabile con due pulsanti programmabili, e nella versione «Advanced» aggiunge le funzioni man-down e no-movement con localizzazione via beacon IR o LF. Ascom a72 è un cercapersone ricetrasmettitore bidirezionale, irrobustito, con sensori uomo a terra e assenza di movimento, tirante di emergenza a strappo e disponibilità in versione Ex per gli ambienti esplosivi.
Il ragionamento corretto parte dall'ambiente, non dal dispositivo. Prima si guarda la copertura: ho segnale cellulare ovunque servano gli operatori? Se no, mi serve il WiFi, una rete DECT locale o entrambi. Poi il rischio: c'è pericolo di atmosfere esplosive? Allora la versione ATEX non è un optional. Quindi la persona: quanto deve essere discreto il dispositivo, quanto deve essere semplice, per quante ore al giorno verrà indossato. E infine la gestione: chi riceve gli allarmi, con quale piattaforma, con quale storicizzazione ai fini del DVR.
È un incrocio di variabili che raramente si risolve leggendo una scheda tecnica. Per questo, quando ci occupiamo di un laboratorio — dalla progettazione degli spazi alla dotazione strumentale — trattiamo la sicurezza di chi vi lavora come parte del progetto.
Se volete che vi aiutiamo a incrociare quelle variabili sul vostro caso specifico, scriveteci: individuare il modello adatto è molto più semplice quando si parte dai rischi reali e non dal listino.
Il caso particolare del laboratorio: celle fredde, azoto, atmosfere ATEX; lo approfondiamo in un articolo dedicato.