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Andare in Giappone al tempo del Covid (e della guerra)

In questi anni in cui il mondo è alle prese con la pandemia, viaggiare all’estero non è certo semplice.

Ultimamente, per fortuna, la situazione è nettamente migliorata, ma andare in alcuni Paesi, come ad esempio in Giappone, rimane ancora piuttosto complicato.

Fino a maggio di quest’anno, si poteva entrare in Giappone solo per motivi di studio, di lavoro o per visita a parenti. Per ognuna di queste tre categorie c’erano, e ci sono, diversi documenti da presentare, presso le autorità consolari giapponesi, per ottenere il relativo Visto. I turisti erano completamente esclusi da ogni possibilità di entrare nel Paese.

Questa politica, se poteva essere accettabile durante il periodo peggiore della pandemia, negli ultimi mesi ha suscitato una crescente pressione, sia dall’interno che dall’esterno dei confini nazionali, per un allentamento delle restrizioni per chi entra nel Paese.


Dall’altra parte, il 10 luglio ci sarà il parziale rinnovo della Camera Alta, e il Premier Fumio Kishida non può scontentare l’ala più conservatrice dei suoi elettori che sono favorevoli a mantenere una politica di chiusura nei confronti dei turisti.
Tra l’incudine e il martello, il governo ha comunque optato per una parziale apertura ai turisti, ma solo per tour organizzati. Un sistema piuttosto complicato, basato sulla suddivisione dei Paesi di origine in tre colori dipendenti dal grado di pericolosità pandemica; ogni colore con le sue regole per entrare in Giappone: una scelta che ha suscitato altre critiche.

In ogni caso, io sono riuscito ad entrare in Giappone, non come turista, ma come coniuge di una cittadina giapponese. Da marzo di quest’anno, mia moglie e la figlia più piccola, vivono a Date, una piccola cittadina nella parte meridionale dell’isola di Hokkaido. Rientro quindi nella categoria delle persone a cui può essere concesso il Visto.


Naturalmente c’erano dei documenti che dovevo presentare al Consolato giapponese di Milano.
Per fortuna, al momento della mia richiesta, il numero dei documenti è stato ridotto a solo tre: il mio passaporto, il modulo di richiesta con foto-tesssera e il koseki che sarebbe, in pratica, lo stato di famiglia emesso dall’anagrafe giapponese (basta la foto, non c’è bisogno dell’originale). Duplice viaggio a Milano: consegna dei documenti e, tre giorni dopo, ritiro del Visto. Il Visto ha validità di tre mesi e quindi occorre richiederlo tenendo conto del periodo di permanenza in Giappone.

Bene, ottenuto il Visto, il passo successivo è stato fare il tampone, entro 72 ore dalla partenza. Un tampone molecolare, naturalmente, mica un semplice tampone veloce fatto in farmacia: costo 80 euro. Il risultato deve essere registrato, dall’istituto che ha effettuato il prelievo, su un modulo ufficiale, il solo riconosciuto dal Ministero giapponese della Sanità.
L’Italia è stata inserita, dalle autorità nipponiche, nella fascia blu, fra quelle a basso rischio, e quindi la procedura, all’arrivo in Giappone, è adesso più snella, ma il tampone, prima di partire è ancora richiesto. Con me era anche l’altra mia figlia che, avendo il passaporto giapponese, non aveva bisogno del Visto, ma anche lei ha dovuto fare il tampone.
Con il risultato negativo, anche l’ultimo scoglio era superato e potevamo, finalmente, recarci alla Malpensa per prendere l’aereo verso Tokyo.

A dire il vero, la corsa ad ostacoli non era ancora del tutto finita, mancava ancora un passo prima di salire sull’aereo: il fast-track. Se uno ha tutte le carte in regola, il fast-track è più una scocciatura che un problema, ma è una cosa che le autorità giapponesi richiedono.
Sullo smartphone bisogna, innanzitutto, scaricare un’app: Mysos e, tramite quest’app, avviare il fast-track. Il fast-track richiede la compilazione di un modulo e il caricamento di due documenti: la certificazione vaccinale e il risultato del tampone. La certificazione è facoltativa ed è una cosa che, per chi viene da un Paese di fascia blu, non viene più controllata. Se è stato fatto tutto correttamente, dopo i vari controlli, il Mysos dà il via libera con il “bollino blu” che bisogna poi mostrare all’immigrazione all’aeroporto giapponese di arrivo. Questo bollino blu è importante in quanto rappresenta un lasciapassare per evitare tutti i controlli sanitari, e la quarantena, per entrare in Giappone.

Photo by Mark Olsen on Unsplash


Un altro discorso da affrontare è quello del volo.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina e le sanzioni applicate dai Paesi occidentali, Giappone compreso, alla Russia, a molti vettori occidentali, come ritorsione, è stato impedito di sorvolare lo spazio aereo russo. Solitamente i collegamenti aerei dall’Europa al Giappone devono necessariamente passare sopra la Russia: molte compagnie si sono trovate spiazzate. Moglie e figlia sono partite a marzo, poco dopo lo scoppio del conflitto; la situazione era caotica, molti voli sono stati cancellati e le compagnie hanno dovuto cercare nuove rotte per raggiungere il Giappone. Il volo di mia moglie, della Jal, per fortuna non è stato cancellato, ma ha dovuto cambiare rotta, raggiungendo Tokyo volando verso ovest, e non verso est. Anche i vettori che non sono oggetto delle sanzioni russe, evitano di passare sulla Russia. Per evitare questa situazione incerta, abbiamo preso la Qatar Airways che, facendo scalo a Doha, raggiunge Tokyo con una rotta meridionale.

Ed eccoci, finalmente, a Tokyo-Narita, il nostro punto di sbarco in Giappone, dopo un lungo e faticoso viaggio. Con il fast-track “blu” in mano, la nostra chiave magica, abbiamo fatto tutto il classico tragitto, dall’aereo all’uscita dall’aeroporto, in appena trenta minuti.

Solo due anni fa la situazione era ben diversa e mia moglie con le figlie sono rimaste in aeroporto, per tamponi e burocrazia varia, per ben sei ore prima di essere portate in un albergo-prigione dove scontare in primi tre giorni di isolamento.

Photo by Louie Martinez on Unsplash

Dopo l’aeroporto, lo shuttle-bus fino all’albergo. Il giorno dopo nuovo volo verso Sapporo dove ad attenderci la moglie e l’altra figlia.

Per andare in Giappone in tempi accettabili, per un Occidentale, l’aereo rimane l’unica soluzione praticabile. Personalmente ho sempre un po’ di ansia quando devo prendere l’aereo, ogni piccola turbolenza mi riempie di angoscia; però, fino ad ora, ringraziando il cielo sono sempre arrivato sano e salvo a destinazione.

Cristiano Suriani

Un altro problema, per me, è riuscire a dormire durante questi lunghi voli: impresa al limite dell’impossibile. Sono piuttosto alto (1,87 cm), e i sedili mi sono scomodi per dormire. Vabbè, in definitiva, arrivo a destinazione sano e salvo, ma in una situazione piuttosto pietosa, tra barba lunga e sonno. Beh, se arrivo sul tardo pomeriggio, almeno ho l’occasione per evitare il jet-lag.

Questo è il mio consiglio per superare subito il problema del fuso orario: dormire poco e male sull’aereo, a patto di non arrivare a destinazione alle prime ore del mattino, altrimenti vale il consiglio opposto.

Cover Photo by Jorge Garcia Rodriguez on Unsplash

Cristiano Suriani
Grande appassionato del Giappone che ha cominciato a conoscere nell'anno 2000, complice l'incontro con una ragazza giapponese che ha avuto la fortuna di sposare l'anno successivo. Importante, inoltre, è stata la lettura de “La Storia del Giappone”, di Erwin Reischauer, che lo ha portato ad un innamoramento fulmineo con il paese del Sol Levante e con la sua cultura. Da allora, è un continuo lavoro di studio e di divulgazione della cultura giapponese, in tutti i suoi aspetti. Appassionato, in particolar modo, della Storia del Giappone. Presto coronerà il sogno di andare a vivere in Giappone, nella prefettura di Hokkaido.

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