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Guido Harari: «Il tempo di una fotografia è buontempo da passare insieme.»

Guido Harari non ha certo bisogno di presentazioni quindi non inizio la nostra intervista raccontandoti la sua (incredibile) carriera.

Ma lascio la parola a lui…

Luigi Proietti, mattatore insuperabile, fotografato in chiave barocco-carnevalesca da Guido Harari nel 1983.

Nel 99% dei tuoi ritratti, i protagonisti ridono o fanno ridere… Qual è il segreto? 

Il tempo di una fotografia è buontempo da passare insieme.

«Chi se lo immagina come puro “lavoro” professionale sbaglia di molto.

Forse sono riuscito in molti casi a far capire ai miei soggetti – celebri e non – che il mio trovarmi davanti a loro con in braccio la macchina fotografica nasceva da una curiosità del tutto personale, da una passione (soprattutto nel caso di musicisti, scrittori, registi, artisti in generale, ma non solo).»

Nelle tue foto ci sono il rigore, l’equilibrio e l’eleganza di Richard Avedon con in più il neorealismo felliniano… Quali sono gli artisti che consideri tuoi maestri?

«Ti ringrazio, ma davvero la pensi così? Hanno acceso la mia fantasia autori come, tra gli altri, Art Kane, Arnold Newman, Bruce Davidson, Jim Marshall, ma anche fotografi eccentrici alla mia orbita come Edmund Teske e Luis Gonzales Palma

Artisti con una visione / visionarietà non di confezione, più spesso di pura poesia.

Tu hai avuto la fortuna di rubare un pezzetto d’anima a uomini e donne che hanno cambiato la storia della musica, della letteratura e dell’arte in generale. Alcuni (come l’indimenticabile Fabrizio De André) non ci sono più ormai, e siamo tutti più poveri senza. Cosa provi quando incroci i loro sguardi nelle tue fotografie? 

«Mi ritengo privilegiato di aver trascorso del tempo in loro compagnia e di aver cercato di assorbire il più possibile da quel contatto con loro.

Se poi questo si sia tradotto in buone immagini resta da vedere.»

In diversi casi ho usato la fotografia per salvare la memoria di figure, spesso chiave, di un mondo e di una cultura ormai estinti e irripetibili.

Negli anni novanta è cambiato qualcosa, in te, raccontaci cosa e perché…

«Innanzitutto ho voluto togliermi di dosso l’etichetta di semplice fotografo musicale. Purtroppo anche in Italia tutto procede a compartimenti stagni e spesso paga la specializzazione. Ma è un’arma a doppio taglio.

Io sono stato sempre un cane sciolto, con mille interessi, mille mondi da esplorare e troppo poco tempo per riuscire a farlo sensatamente.

Negli anni Novanta, complici anche testate allora importanti sul fronte dell’immagine (come “Max”, “King”, “Moda”, “Sette”), l’impresa mi è stata possibile. Poi però si è esaurito il mio interesse per le cosiddette “celebrities” e per l’insopportabile mordi e fuggi della fotografia.

Ho scoperto di poter fotografare senza macchina fotografica, realizzando libri di cui mi occupavo a tutti i livelli, dall’editing dei materiali, dei testi, fino al progetto grafico. È stata una scoperta senza ritorno, che ancora oggi mi regala nuove sorprese e grande progettualità.»

Perugia, 21 Agosto 2018

Lou Reed ha detto di te: «Sono sempre felice di farmi fotografare da Guido. So che le sue saranno immagini musicali, piene di poesia e di sentimento. Le cose che Guido cattura nei suoi ritratti vengono generalmente ignorate dagli altri fotografi. Considero Guido un amico, non un semplice fotografo». 

Cosa cerchi negli altri quando passano davanti al tuo obiettivo?

«Cerco di indovinare e cogliere la persona dietro al personaggio.

Come ho detto prima, per me fotografare non è portare a casa il trofeo, ma avere un’occasione di conoscenza. In tal senso, probabilmente non sono neppure un fotografo, ma piuttosto un raconteur.

Credo che il mio libro Bestemmia (sulla vita e sull’opera di Pier Paolo Pasolini) sia l’esempio più calzante di quanto ho detto. Purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere Pasolini e allora mi sono “creato” un viaggio (questo libro, appunto) per conoscerlo e approfondirlo. Un viaggio che ho fatto insieme alla nipote di Pasolini, Graziella Chiarcossi, lavorando su migliaia di documenti del Fondo Pasolini presente all’Archivio Vieusseux di Firenze e al Centro Studi Pasolini di Casarsa.»

La Musica è il filo rosso che percorre la tua Arte… Perché?

«Quando ho avuto sette-otto anni (cioè alla fine degli anni Cinquanta) la musica rock e pop di quegli anni fantastici mi ha conquistato. Da Chuck Berry, Little Richard, Elvis Presley fino poi ai Beatles, Rolling Stones, Hendrix e così via, la musica è stata la chiave di un’inarrestabile e specialissima scoperta del mondo.

Ho pensato fin da adolescente di combinare due passioni – quella per la musica e quella per la fotografia – in un progetto unico.»

Quale canzone vorresti aver composto tu e perché? Quale musica ascolti?

«Sono onnivoro dal punto di vista dell’ascolto musicale, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e ri/scoperte. Alla prima domanda non saprei davvero cosa/come rispondere.»  

La tua generazione è stata molto fortunata, c’è qualcosa che vorresti raccontare a questa generazione sulla musica che hai vissuto e amato?

«La mia generazione è cresciuta, non solo anagraficamente, su certa musica.

La musica di oggi non rappresenta nulla perché non c’è più nulla da rappresentare: i grandi ideali, l’idea stessa di un futuro migliore, si sono sfarinati.

Basta leggere un libro qualunque di Bauman per capire quel che sto dicendo. Possiamo raccontare il nostro passato senza nostalgia, solo col rimpianto di quello che credevamo possibile, e invece non è stato. Per colpa della nostra ingenuità e di una buona dosa di arroganza.»  

Se potessi vivere in un’altra epoca storica, quale fotografo del passato vorresti essere?

«Basta fotografia. Mi sarebbe piaciuto essere stato un pittore come Francis Bacon, vivere in un’epoca in cui potevano esserci ancora schemi da rompere. Oggi è il deserto.»

In un’epoca in cui i cantanti si fanno i selfie (certi anche più belli delle foto ufficiali) invece dei ritratti, i social media sono diventati più importanti dei fotografi?

«Tutto è stato desacralizzato e svuotato di qualunque significato.»

Le nuove tecnologie e la rete ci hanno espropriati dell’intelligenza, di ogni pudore e soprattutto del nostro tempo libero. La connettività non è affatto collettività.    

Cosa consiglieresti a un ragazzo che, oggi, volesse intraprendere la carriera di fotografo?

«Capire innanzitutto cosa vuole esprimere attraverso quel linguaggio, e poi se è il linguaggio adatto a quello che vuole esprimere. Senza una simile presa di coscienza, si fa solo esercizio estetico fine a se stesso.»

Cover, Guido Harari (2017): «Ho avuto un’opportunità unica di incontrare uno dei miei fotografi preferiti, Albert Watson, e di fargli firmare la mia copia vintage del suo Cyclops. Il tutto è avvenuto alla Permanente, a Milano, per un’anteprima speciale della sua prossima mostra che inaugurerà a Parigi in novembre (guardate le dimensioni pazzesche di certe sue stampe). L’evento era anche una festa per i 110 anni di Grafiche Milani, gli stessi tipografi che hanno stampato il mio libro in tiratura limitata The Kate Inside

Miriam Bendìa
Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma. Ha scritto un pugno di libri. Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita. Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.

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